DIPINTO DI SANGUE
(Traduzione in italiano a cura di SATURNO magazine)
Sulle strade adiacenti al garage di Nahda, ogni mattina vengono esposti molti oggetti usati, cose che forse non ti verrebbero mai in mente: piccoli utensili da cucina, piatti, cucchiai e pentole, scarpe logore e tappeti, vestiti scoloriti, attrezzi da lavoro, cacciaviti, martelli, trapani e altre cose più grandi, telai di ventilatori rotti, elettrodomestici, stufe a olio e piccoli ferri per capelli e rasoi, tutti sparsi a terra, mentre i poveri si radunano intorno a quelle bancarelle per contrattare sui prezzi. Stavo per lasciarmi questa scena alle spalle e proseguire verso il mio luogo di lavoro, ma accadde qualcosa di strano: tra la merce di un venditore c’era un dipinto dai colori sbiaditi, le cui caratteristiche non erano chiaramente visibili.
Eppure, lo scintillio di quegli occhi non si era mai spento, tra l’ammasso di colori della tela e lo strato di polvere sulla sua superficie.
In mezzo alle grida dei venditori, al caos delle bancarelle, al continuo via vai dei passanti e al frastuono dei clacson, in un istante che sembrava sfuggito a un altro tempo, quel dipinto divenne l’unica cosa che riuscivo a vedere, apparendomi come un vecchio tatuaggio sulla pagina di quel mattino che, per un attimo, era sembrato ordinario.
Il dipinto non sembrava attirare l’attenzione di nessuno tranne la mia, il che rese facile l’acquisto: il venditore chiese una somma che trovai del tutto accettabile e, in pochi minuti, la tela divenne mia.
La portai a casa dopo una lunga giornata di lavoro, e le sue dimensioni moderate mi aiutarono a nasconderla sotto la mia scrivania, lontano da occhi indiscreti.
Mentre stavo per aprire la porta di casa, mi tornò in mente il volto di mia moglie e le sue espressioni strane, ma il suo animo semplice, incline a credere a tutto, e la sua lieve ingenuità mi rassicurarono: la nostra conversazione sul mio dipinto malconcio sarebbe stata breve.
Nella mia stanza, rimasi in piedi davanti a lei. Presi gli strumenti che avevo comprato al ritorno dal lavoro, attrezzi per la pulizia dei dipinti a olio, e dopo aver chiuso bene la porta, iniziai a rimuovere con estrema delicatezza lo strato di polvere.
Poi, lentamente, spruzzai sul dipinto una sostanza consigliatami da qualcuno esperto di pittura e, con un pennello morbido di medie dimensioni, iniziai a riportarne alla luce i tratti, cercando qualcosa che pensavo di aver trovato dopo una lunga attesa, come i minatori che scavano tra le montagne remote in cerca di pietre preziose.
Alcuni colori cominciarono a schiarirsi, alcune forme iniziarono a emergere… Oh mio Dio! Non ero stato deluso: era lei, con i suoi abbondanti riccioli che affioravano dalla polvere degli anni, lo sguardo incorniciato dal kajal, colmo di malinconia nascosta, e i tratti del suo volto affascinante, vibranti di mistero e magia.
Oh mio Dio! Le cose sanno davvero trovare la strada per tornare ai loro amanti! Così, senza preavviso, anelano a loro.
Non riuscivo a distogliere lo sguardo dal suo volto, quasi lo vedevo prendere vita in quell’istante colossale!
Come poteva una bellezza simile, che somigliava a una patria, essere uccisa?! Pensai se avesse avuto il tempo di riflettere… sui suoi dipinti, forse! Su se stessa! Su qualcosa che non fosse la partenza!
Sul suo collo, nella parte inferiore della tela, c’era una piccola macchia rossa! No… non era possibile! Forse un colore, caduto per errore dal pennello… Mi avvicinai, la esaminai con il pennello per la pulizia, oh mio Dio! Questo dipinto era sopravvissuto a quel massacro, quella era una goccia del suo sangue, il sangue della pittrice versato, proprio come si versa il sangue degli uccelli nei vasti campi.
I colpi di mia moglie alla porta mi richiamavano alla realtà.
Colpi rapidi e insistenti, come se il tempo mi stesse inseguendo e lo spazio si stesse stringendo attorno a me, mentre quella macchia di sangue sussurrava ciò che era accaduto.
L’oscurità calava densa e immensa, come uno sciame di locuste, e il fuoco si diffondeva, divorando ogni cosa con bramosia, ma la sua anima era fuggita dalla prigione del corpo, rifugiandosi nella tela più vicina sulla parete, la parete che era rimasta intatta… Ci sono cose che sopravvivono sempre, è il volere del destino. Alcune cose sopravvivono, altre vengono uccise.
Non capivo perché mia moglie insistesse nel bussare, avrebbe dovuto comprendere il mio desiderio di vedere tutto ciò che era accaduto. E se dovevo affogare, che affogassi completamente, nella macchia del suo sangue e nei suoi occhi dipinti di kajal.
Tamader Karim - Iraq
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