Saturno Magazine, Articolo: TARIQ AL-AZZAWY

TARIQ AL-AZZAWY

TARIQ AL-AZZAWY (IRAQ)

FIAMMA DEL RICORDO

Crebbe impetuoso, uno spirito giocoso viziato dall’indulgenza. Mai ascoltò un avvertimento, né la sconfitta piegò mai la sua volontà. I consigli dei saggi gli passavano accanto come il vento, senza lasciare traccia.

Abbandonò la scuola elementare sul finire del percorso, indifferente alla perdita, perché cos’è la perdita se non perdita stessa? Trovò rifugio nel mercato—un mondo di fatica e di svago—dove si abbandonò al ritmo della vita, senza rimpiangere il passato né desiderare ciò che avrebbe potuto essere.

Si guadagnava da vivere spingendo un carretto di legno, vendendo dolciumi. Con il tempo, il carretto divenne parte di lui, e lui parte di esso, abituandosi al suo peso. Vagava per le strade, chiamando i passanti con una voce così calda, così melodiosa, che si armonizzava con l’eleganza del suo vestire—un’eleganza che suggeriva un passato di agio e privilegio.

I suoi dolci erano un ponte, un legame che lo teneva ancorato alla vita, alla gente—soprattutto ai bambini delle scuole, che li gustavano con gioia. Ma il suo carretto, in netto contrasto, era un simbolo di fatica: traballante, con ruote consunte dal tempo, che oscillavano su assi fragili, gemendo con un lamento stridulo, attirando sguardi di curiosità, fastidio e scherno.

Quel giorno, la strada si riempì di gazzelle leggere—giovani donne che avanzavano con grazia regale, appena uscite dal cancello del loro liceo. Inondavano il marciapiede, diffondendo nell’aria risa fresche e movimenti vivaci.

All’inizio, lei non lo notò. Ma nel momento in cui allungò la mano per pagare, i suoi occhi incontrarono i suoi. Le dita esitarono—e anche le sue mani. Un attimo fugace. Eppure, sotto lo sguardo curioso delle compagne, sotto il peso della sua stessa, insondabile immobilità, lei posò con dolce esitazione le monete sul suo palmo, e lui le accolse con un pudore nuovo, sconosciuto.

Lei non era la sua amata—no, non poteva esserlo. Un tempo, quando erano vicini di casa, prima che la sua famiglia partisse, lei era solo una bambina, e lui un bambino accanto a lei. Eppure, già allora, quando un compagno osò infastidirla, lui lo gettò nel fango. E quando un altro le sussurrò parole indegne, fece la stessa fine.

Una volta lo dichiarò, forte affinché tutti udissero: “Chiunque osi avvicinarsi a lei, lo spezzerò.” E così, per sua stessa volontà, lei divenne terra sacra.

Quando le altre ragazze le chiesero: “Lo conosci?”
Lei rispose, semplice e con riverente dolcezza: “Sì. È l’uomo più nobile che io abbia mai visto.”

Non sapeva, non con esattezza, cosa quelle parole avessero acceso dentro di lui—quale brace avessero riacceso, quale ferita avessero riaperto. Ma qualcosa era stato consumato nelle profondità della sua anima. Altrimenti, da dove veniva quel bruciore?

Accostò il carretto e coprì i dolci con un sottile panno bianco—una silenziosa dichiarazione di chiusura. Poi, lasciandosi cadere sullo sgabello traballante, rimase lì, stanco, scomponendo nella mente quell’istante, setacciando le parole dette, i pensieri rimasti in sospeso:

“… Ma io restai fermo, e tu camminasti oltre.”

Corri! Perché chi corre supererà sempre chi cammina.
Ma correre richiede spazio.
E in quest’epoca, esistono modi per saltare attraverso il tempo.

Una brace ravvivata, una ferita di nuovo aperta.

Volse lo sguardo su di sé—sullo sgabello, sul carretto, sulle gazzelle che danzavano leggere nella loro giovinezza. Poi su di lei—un dolce raffinato e irraggiungibile, che si dissolveva in lontananza, sparendo al margine del suo sguardo. Ora, di lei non restava che un lieve fremito delle dita, un gesto simile a candeline su una torta di compleanno, e un ultimo bagliore nei suoi occhi, una freccia silenziosa scoccata da un arco di luce.

Mormorò, come in un’invocazione:

“Ogni fine esige un nuovo inizio.”

( Traduzione in italiano a cura della redazione)

 

TARIQ AL-AZZAWY (IRAQ)
 
 
FLAME OF REMEMBRANCE
 
 
He grew up reckless, a playful spirit spoiled by indulgence. Never once did he heed a warning, nor did defeat ever bend his will. The counsel of the wise passed through him like the wind, leaving no trace.
He abandoned his elementary school in its final stretch, unshaken by loss, for what is loss but loss itself? He found his refuge in the marketplace—a realm both of toil and of leisure—where he surrendered to the rhythm of life, neither lamenting what was left behind nor longing for what could have been.
He made his living pushing a wooden cart, a modest trade in sweets. Over time, he became one with it, growing accustomed to its burdens. Through the streets he roamed, calling out in a voice so rich, so melodious, that it harmonized with the elegance of his attire—an elegance that hinted at a past of privilege.
His sweets were a bridge, a tether that bound him to life, to people—especially schoolchildren, who savored them with delight. Yet, in stark contrast, his cart was a relic of weariness—a rickety thing, its wheels consumed by time, wobbling on their frail axes, groaning with a shrill, grating protest that summoned attention, annoyance, and scorn in equal measure.
That day, the street teemed with the fluttering of gazelles—young women gliding with regal grace, having just spilled forth from the gates of their high school. They flooded the pavement, filling the air with youthful mirth and vibrant motion.
At first, she did not notice him. But when she reached for her money to pay, her gaze fell upon his. Her fingers hesitated—so did his hands. A fleeting moment. Yet, beneath the silent scrutiny of her companions, beneath the weight of his own unreadable stillness, she pressed the coins into his palm with a delicate hesitancy, and he received them with an unfamiliar, unguarded shame.
She was not his beloved—no, she could not be. Once, when they were neighbors, before her family’s departure, she had been but a child, and he a child beside her. Yet, even then, when a classmate dared trouble her, he cast him into the mud. And when another sought to whisper words unfit for her ears, he met the same fate as the first.
He had once declared it, loud for all to hear: “Whoever dares come near her, I will break him.” And thus, by his own decree, she became sacred ground.
When the other girls asked, “Do you know him?”
She answered, simply and with quiet reverence, “Yes. He is the noblest man I have ever seen.”
He did not know, not precisely, what those words had stirred within him—what ember they had ignited, what wound they had seared open. But something had been devoured in the depths of his soul. Otherwise, whence came this burn?
He pulled his cart aside and covered his sweets with a thin white cloth—a quiet declaration of closure. Then, sinking onto his rickety, swiveling stool, he sat, weary, unraveling the moment in his mind, sifting through the words exchanged, the thoughts left unsaid:
“… But I stood still, and you walked on.”
Run! For the runner will always outpace the walker.
But running requires its field.
And in this age, there are ways to leap across time.
A coal rekindled, a wound freshly torn.
He cast his gaze upon himself—upon his stool, his cart, the gazelles that swayed and leapt, weightless in their youth. And then, upon her—an exquisite, unattainable confection dissolving into the distance, vanishing at the edge of his sight. Now, all that remained of her was a faint flicker of fingers, a gesture like the candles of a birthday cake, and a final glint in her eyes, a silent arrow loosed from a bow of light. He murmured as though in invocation, “Every ending demands a beginning.”
 
 
(Translated by Hasanian Riyadh Abdulzahra)
 
 
Prepared: Angela Kosta 

 

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